Introduzione alla terapia manuale
In un contesto di salute sempre più attento alla multidisciplinarietà, la terapia manuale è sempre più diffusa. L’elemento chiave di questo percorso è la valutazione della persona nella sua totalità: si considerano le condizioni muscolo-scheletriche, ma anche elementi come lo stile di vita, l’alimentazione e l’equilibrio psico-emotivo. L’osteopatia in particolare si propone di valutare, individuare e correggere disfunzioni di mobilità per prevenire e gestire un disturbo. Si capisce come gli obiettivi generali siano la riduzione del dolore, la facilitazione del recupero del movimento e la prevenzione delle recidive del problema trattato.
Oggi parliamo quindi di terapia manuale con Luca Signorini, da 8 anni osteopata a Cremona che, durante il proprio percorso lavorativo, ha potuto affinare molte delle tecniche di terapia manuale più efficaci per la risoluzione delle problematiche più comuni. Il termine terapie manuali è molto generico ma racchiude un’ampia gamma di tecniche usate da numerosi professionisti per svariati scopi nella prevenzione, nel benessere, nella cura e nell’estetica. L’osteopatia è una di queste professioni e di seguito vedremo insieme una panoramica di alcune delle più diffuse tecniche utilizzate.
Brevi cenni storici sulla terapia manuale
Senza andare troppo indietro nel tempo, considereremo alcune tappe della terapia manuale tra la fine del XIX secolo fino ai giorni nostri. Si consideri però che le radici della terapia manuale affondano in epoche molto antiche, visto che già nell’antico Egitto e nell’antica Grecia venivano praticate forme di massaggio e di mobilizzazione articolare con un fine terapeutico.
Se pensiamo alle realtà professionali attuali, è importante ricordare il fondatore dell’osteopatia Andrew Taylor Still (1828-1917) e della chiropratica Daniel David Palmer (1845-1913). Le due discipline si affermarono prima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo con due filosofie diverse, ma con tanti tratti in comune, come la grandissima parte degli approcci terapeutici legati al trattamento manuale. L’osteopatia trovò grande diffusione soprattutto nel mondo anglosassone tramite John Martin Littlejohn (1865-1947), allievo diretto di Still, che contribuì alla formalizzazione didattica dell’osteopatia con i primi tentativi di standardizzazione dell’insegnamento.
Oltre all’osteopatia e alla chiropratica, considerabili come le discipline di trattamento manuale per eccellenza, nel Novecento c’è stato anche interesse nell’integrazione della terapia manuale sia nel mondo ortopedico (James Cyriax – 1904-1985) che fisioterapico in generale. Di quest’ultimo non si possono non dimenticare i celebri Freddy Kaltenborn (1923-2019), Geoffrey Maitland (1924-2010), Brian Mulligan, Robin McKenzie, ognuno portavoce di una propria metodologia.
Questa enorme quantità di lavori e di teorie si sono poi integrate nel corso del tempo con i vari protocolli di trattamento, puntando sempre di più sulla standardizzazione dei vari interventi.
Ad oggi, anche con un pizzico di normalissima confusione tra approcci talebani con regole ferree, contrapposti ad professionalità con eccessive licenze poetiche durante il trattamento, il mondo della terapia manuale è più che mai eterogeneo. Questo è dovuto alla notevole e fondamentale mole di ricerca prodotta ogni anno, soprattutto dalla fine degli anni ‘90 del Novecento ad oggi. Questa ricerca risulta sì utilissima, ma anche caotica e talvolta contraddittoria.
Indipendentemente da queste riflessioni che possono essere più o meno condivisibili, il trattamento manuale è individuabile in tantissime realtà di prevenzione, cura, riabilitazione ed estetica, consolidando la sua presenza nella gestione di molte condizioni cliniche.
Terapia manuale: ecco alcune opzioni di trattamento
Le tecniche che si trovano sotto l’ombrello della terapia manuale sono numerose ed utilizzabili in base alle esigenze specifiche della persona. Di seguito un breve elenco delle opzioni più comuni.
- Rilascio e pompaggio (“pompage”) miofasciale, impiegato per decongestionare e rilasciare la tensione miofasciale, per favorire una migliore circolazione tissutale.
- Linfodrenaggio. Come dice il nome stesso, è orientato al miglioramento del flusso linfatico, efficace in presenza di edemi e ristagni.
- Manipolazioni vertebrali, conosciute come HVLA (High-Velocity-Low-Amplitude) e definite appunto come tecniche ad alta velocità e bassa ampiezza: la velocità del gesto è accompagnata da un range di movimento piccolo per evitare di stressare i tessuti coinvolti in questo tipo di intervento. Questo tipo di tecniche sono sicuramente scenografiche, ma anche molto efficaci se ben impiegate e talmente diffuse orizzontalmente tra diverse professioni che verranno trattate in un approfondimento a parte. Si discute anche molto sulla sicurezza di queste tecniche, ed è bene ricordare che no, non sono pericolose e sì, sono utili. La questione della sicurezza è un tema delicato, trasversale a tutte le tecniche di medicina manuale. Ovviamente è un argomento complesso vista la grandissima quantità di variabili implicate nella somministrazione di una tecnica. Questo aspetto è ciò che rende anche insidiosi gli studi a riguardo.
- Trigger Point Therapy: essa consiste nella localizzazione e nel trattamento di punti di contratture muscolari irritabili, responsabili di dolori spesso riferiti ad aree circostanti.
- Tecniche articolatorie. Termine molto generico per definire quelle mobilizzazioni che avvengono a livello di una specifica articolazione, in genere con bassa velocità e ampiezza gradualmente sempre più ampia, nel rispetto dell’agio e della tolleranza del paziente, con l’obiettivo di facilitare la qualità e l’ampiezza del segmento trattato.
- Tecniche a energia muscolare, in inglese MET (Muscle Energy Techniques), prevedono una partecipazione attiva del paziente che esercita una lieve contrazione muscolare contro una resistenza dell’operatore per favorire, tramite la leva muscolare, il miglioramento qualitativo del segmento articolare coinvolto. In questo ambito sono compresi moltissimi altri approcci simili utilizzati per esempio in fisioterapia. Qui citiamo la PNF (Proprioceptive Neuromuscular Facilitation), le MWM (Mobilization With Movement) del già citato Mulligan e le tecniche di rilassamento post-isometrico che agiscono con un principio sovrapponibile a quello delle MET.
- Strain e Counterstrain: teorizzate dall’osteopata statunitense Lawrence Jones, si tratta di tecniche dolci e che si propongono di annullare lo stimolo doloroso di un muscolo (il cosiddetto tender point), portandolo ad un punto neutro di comfort e aspettare fino al rilascio della muscolatura stessa.
- Tecniche cranio-sacrali. Sono tecniche concepite inizialmente dell’osteopata William Garner Sutherland (1873-1954). Il concetto di base (discusso con notevole scetticismo anche all’interno della stessa comunità osteopatica) è quello della mobilità dell’asse cranio-sacrale, che non è un macro movimento come quello di un arto che si allontana dal corpo, ma un movimento impercettibile veicolato dalla fluttuazione del liquido cerebrospinale e dalle tensioni meningee. Come già detto, i toni delle discussioni anche all’interno della stessa comunità osteopatica, sono molto accesi viste la difficile riproducibilità dei risultati. Altri esponenti di spicco di questo filone di trattamento sono Harold Ives Magoun e il più contemporaneo John Upledger. Per dovere di cronaca bisogna ricordare che tante di queste, a differenza di quasi tutte quelle elencate in precedenza, rientrano in quelle che sono definite tecniche indirette, ovvero quelle tecniche che non si basano su una mobilizzazione attiva o passiva, ma fondano l’azione sul rilascio delle tensioni articolari: una volta impostato il punto neutro di movimento del segmento trattato si attende il rilascio della tensione.
È ovvio che, come spessissimo accade nella terapia manuale in generale, le evidenze a supporto di alcune di queste tecniche sono esigue, ma è giusto parlarne per informare della loro esistenza. Indubbiamente, bisogna che il loro utilizzo abbia senso e utilità, e sta sempre al professionista, con etica, competenza e buona fede, utilizzare tecniche sostenibili e indicate per la gestione contestuale di un determinato problema. Questo avviene con la combinazione di formazione, aggiornamento, evidenze, l’esperienza per poter decidere in autonomia, il consenso e l’accordo con il paziente. Durante la pianificazione del trattamento, in osteopatia questa cosa succede molto, alcune di queste metodiche possono essere combinate per creare un percorso versatile ed efficace su un’ampia gamma di disturbi trattabili.
Quali professionisti usano la terapia manuale
Come già accennato all’inizio, la terapia manuale è una pratica trasversale diffusa e impiegata da diversi professionisti con principi e modalità differenti. Qui di seguito una breve panoramica dei principali professionisti maggiormente coinvolti. Non discuteremo delle varie controversie legate alla bontà o meno dei principi di trattamento di cui ogni professione si fa portatrice né le prerogative delle singole professioni con eventuali conflitti tra una e l’altra perchè non sono utili allo scopo dell’articolo.
Gli osteopati hanno nell’approccio manuale il loro principale strumento di valutazione e di trattamento (anche sulla netta riproducibilità della valutazione palpatoria si potrebbe discutere). Il trattamento manuale si focalizza sempre sulla famosa disfunzione somatica, quell’area del corpo con restrizione di mobilità e motilità che rappresenta una potenziale fonte di patologia e di disturbi.
I chiropratici tradizionalmente hanno sempre concepito la colonna vertebrale come centro focale del trattamento manuale essendo l’alloggiamento del midollo spinale, collegamento tra cervello e resto del corpo. In poche parole, la filosofia della chiropratica si concentra su quelli che sono definiti malposizionamenti vertebrali per poter garantire un effetto non solo a livello locale, ma anche periferico, a distanza. Sono grandi utilizzatori delle tecniche HVLA citate nel paragrafo precedente.
I fisioterapisti si occupano di riabilitazione, e si può dire che il loro lavoro sia principalmente sulla gestione del recupero funzionale, nella maggior parte dei casi post-traumatico e post-operatorio. Essi a questo scopo adottano in maniera molto eterogenea una vastissima gamma di tecniche manuali che sono spesso supportate da terapie strumentali.
I massoterapisti, come dice il nome stesso, sono gli specialisti del massaggio in gran parte rivolto alle tecniche di rilascio muscolare. Viene usato in tantissimi contesti, da quello di benessere fino all’ambito sportivo pre-post gara.
Vi sono tante altre discipline tra cui quelle dell’operatore olistico, lo shiatsu o la riflessologia plantare che affrontano nella globalità la persona utilizzando, tra le altre cose, la terapia manuale.
La collaborazione interdisciplinare tra alcune di queste professioni, seppur ancora oggi complessa, risulta sempre vantaggiosa per chi ne usufruisce. Ad esempio, un soggetto che lamenta dolore lombare potrebbe beneficiare del trattamento osteopatico associato ai vari protocolli riabilitativi fisioterapici, garantendo un approccio completo al problema e una maggiore cura dei dettagli dell’individuo.
Principali strumenti a supporto della terapia manuale
Oltre alle tecniche manuali propriamente dette, entriamo ora nell’ambito della strumentazione a supporto dei trattamenti manuali, argomento interessante e in grande crescita negli ultimi anni. Si tratta di strumenti di svariata natura che servono ad assistere, potenziare o completare il lavoro dell’operatore, aiutando spesso anche a gestire l’usura derivante dal lavoro fisico.
- Dry Needling. Molto simile nell’aspetto tecnico all’agopuntura, il dry needling sfrutta l’impiego di alcuni sottili aghi in specifici trigger point o aree muscolari contratte. L’obiettivo è ridurre il dolore, favorire il rilascio e promuovere il processo di guarigione dei tessuti.
- Scraping Technique (o IASTM – Instrument Assisted Soft Tissue Mobilization). Si tratta di una tecnica che, tramite l’utilizzo di strumenti metallici rigidi o semirigidi, viene utilizzata allo scopo di muovere i tessuti molli con un focus verso il miglioramento dell’elasticità e la mobilizzazione fasciale.
- Percussive Therapy. Sfrutta le micro-percussioni erogate da dispositivi meccanici come le pistole massaggianti. Questa percussione vibratoria favorisce il rilascio e il rilassamento della muscolatura, aumenta l’apporto circolatorio a livello locale con l’obiettivo di ridurre la tensione percepita.
- Drop Table Technique. Qui non sempre si parla di uno strumento, ma anche del modo con cui è costruito il tavolo da lavoro (usato dal chiropratico nella maggior parte dei casi) su cui l’operatore tratta i pazienti. Esistono anche dispositivi portatili più piccoli adattabili ai tavoli (i lettini) standard. Si tratta di un congegno su cui viene posato il paziente e che assiste l’impulso dato dall’operatore (thrust), in modo da rendere l’impulso meno stressante e confortevole.
- Y-Strap. Anch’essa molto utilizzata in ambito chiropratico, questo strumento consiste in una banda a forma di Y appunto che avvolge il segmento articolare da trattare (molto spesso a livello cervicale e cervico-dorsale) assistendo la decompressione e l’allentamento delle tensioni capsulari e legamentose dell’articolazione.
- Cupping Therapy. Questa metodologia prevede l’applicazione di coppette che sfruttano l’effetto sottovuoto che vanno a creare sulla pelle per aumentare il flusso circolatorio nella zona trattata. Si usa molto per la gestione delle tensione muscolare. Spesso si associa a tecniche di terapia manuale fasciale.
- Flossing. Si utilizzano bendaggi elastici per comprimere temporaneamente durante un trattamento, una zona articolare o muscolare. L’obiettivo dichiarato è quello di stimolare la circolazione e migliorare l’ossigenazione e la mobilità dell’area.
- Taping Neuromuscolare (Kinesio Taping). Da non confondere con i bendaggi funzionali utilizzati per stabilizzare, tutelare e assistere il movimento articolare per esempio quelli che si vedono fare agli atleti prima di una gara o in caso di distorsioni. Il Kinesio Taping consiste nell’impiego di nastri elastici sulla pelle, seguendo determinati principi in base all’effetto che si vorrebbe ottenere. Il colore dei nastri non dovrebbe essere indicativo di un effetto diverso, salvo diverse indicazioni sul materiale e sull’elasticità del tessuto indicate dal marchio. Il taping offre un lieve sostegno agli strati fasciali superficiali. L’effetto non è meccanico nel senso che non crea stabilità, ma favorisce il microcircolo in quegli stessi strati indicati in precedenza. L’obiettivo dichiarato è quello di mantenere il beneficio del trattamento manuale tra una seduta e la successiva.
Come sarà sicuramente emerso da quanto visto finora, la scelta del professionista risulta cruciale per raggiungere i propri obiettivi con la terapia manuale.
Ognuno presenta le proprie esigenze e richiede un’analisi personalizzata con un piano di trattamento strutturato su misura che rispecchi le specifiche necessità.
Se hai bisogno di un consulto per capire la tua situazione, prenota una visita qui, in modo da valutare in maniera meticolosa il problema.
In un mondo in cui fattori come lo stile di vita, l’invecchiamento della popolazione e lo stress sono alla base di tantissimi disturbi, sapersi orientare anche su quello può aiutare a migliorare e mantenere la salute tramite il trattamento manuale rappresenta un ulteriore passo verso la conoscenza per prendere decisioni informate in caso di bisogno per migliorare qualità di vita, mobilità e benessere.

