L’osteopatia è una disciplina sanitaria in corso di riconoscimento in Italia ed è sempre più diffusa. Rivolgersi ad un osteopata spesso rispecchia la ricerca di soluzioni per dolori muscolari o articolari, tipicamente lombalgia, cervicalgia o dolore alla spalla (vedi gli approfondimenti qui). L’osteopata però si rivela utile anche per prevenire e gestire il dolore in maniera integrata, lavorando non solo sulla sintomatologia (per esempio, ho mal di schiena e si tratta la schiena), ma puntando ad un approccio sull’eventuale cascata di eventi che l’ha scatenata. Tutto questo tramite varie tecniche manuali con cui si tratta il sistema muscolo-scheletrico, allo scopo di prevenire i rischi di ricadute dal dolore e ottimizzare la qualità della vita.
Nei paragrafi successivi, esploreremo insieme cos’è l’osteopatia, cosa fa l’osteopata e in che modo questo professionista può aiutare a gestire il dolore e a prevenire nuovi disturbi, migliorando la funzione articolare. L’obiettivo sarà chiarire alcuni dubbi sul ruolo dell’osteopata in ambito della salute e capire perché un approccio osteopatico può essere sempre parte integrante di un percorso multidisciplinare che coinvolga più figure del mondo della prevenzione e della cura. Per le frequentissime domande sulla differenza tra osteopata e fisioterapista e sulla differenza tra osteopata e chiropratico rimando alle domande frequentii del sito!
Introduzione all’osteopatia: cosa fa l’osteopata e come può aiutarti
Prima di entrare nel vivo, è fondamentale comprendere il significato di disfunzione, concetto molto diffuso e molto caro all’osteopatia classica e che si lega semplicemente alla definizione di aree del corpo in cui la funzione dei tessuti in quell’area non risulta ottimale. Questo non implica necessariamente la presenza di una patologia in quella zona, ma indica il tratto da cui potrebbe partire una serie di compensi che portano a disturbi a livello periferico. Ciò non deve significare, come purtroppo spessissimo succede, che il solo collegamento anatomico o funzionale sia la giustificazione per un collegamento tra due disturbi (esempio: ho una cicatrice sull’addome quindi automaticamente quella cicatrice sarà la causa del mio mal di schiena).
Quindi, cosa fa l’osteopata in concreto? Oltre alla valutazione clinica che si avvale di una raccolta dati che serve a indagare il motivo del consulto, il professionista valuta la qualità della funzione muscolo-articolare ed interviene laddove esistono limitazioni e/o atteggiamenti disfunzionali. Questo approccio è fondamentale per stabilire un piano di trattamento personalizzato che tenga conto delle esigenze specifiche della persona.
Breve storia dell’osteopatia: dalle origini a oggi
Per capire meglio l’osteopatia e il lavoro dei professionisti di questo settore è utile conoscere le sue origini. L’osteopatia è stata fondata alla fine del XIX secolo dal medico americano Andrew Taylor Still. In contrasto con i metodi da lui considerati deludenti della medicina allopatica tradizionale dell’epoca, Still elaborò una metodologia che si basava sul trattamento manuale e sulla convinzione che il corpo possieda, se messo in determinate condizioni, una capacità di autoguarigione.
Questa intuizione si basava su alcuni principi fondamentali:
– Unità funzionale del corpo: corpo, mente e spirito rappresentano un insieme indivisibile e ogni parte può influenzare il tutto.
– Rapporto tra struttura e funzione: la libertà di movimento delle strutture dell’organismo hanno diretta influenza sul suo corretto funzionamento. In caso di restrizioni, si possono avere alterazioni funzionali e viceversa.
– Principio di autoguarigione: l’organismo, sempre alla condizione che venga messo in determinate condizioni ideali prive di ostacoli strutturali e/o sistemici, avrebbe capacità di riequilibrarsi.
Il trattamento si deve basare sui tre principi precedenti.
Viene citato anche la “regola dell’arteria”, implicando che il buon funzionamento di tutto il sistema circolatorio, senza ostacoli e impedimenti, fosse la base fondamentale per la salute cellulare e di tutto il corpo.
Nel secolo successivo, fino ai giorni nostri, l’osteopatia ha conosciuto un periodo di diffusione in tutto il mondo, ma soprattutto di evoluzione. Questo perché, se è vero che bisogna contestualizzare i principi postulati dal dottor Still a fine Ottocento, bisogna anche vedere come nel tempo siano stati giustamente ridimensionati e rivisti in quanto poco compatibili con il metodo scientifico (vedasi le famigerate leggi di Fryette sulla sulle disfunzioni vertebrali).
Detto questo, la difficoltà maggiore ad oggi rimane trovare dei parametri sempre misurabili su quelli che sono gli effetti del trattamento manuale (non solo osteopatico ovviamente) in una determinata circostanza.
Nonostante questo, è bene ricordare che questi principi, visti con lucidità, senza pregiudizi e con le nostre conoscenze attuali e, come già detto prima, adeguatamente contestualizzati, rappresentano semplicemente dei concetti di buon senso per la gestione della salute. Ovviamente bisogna poi ammettere che questi principi sono stati esasperati nel tempo prestando il fianco ad accuse di pseudoscienza. È chiaro che se si va a utilizzare un concetto come l’unità funzionale e lo si usa per giustificare cose del tipo “nel corpo è tutto collegato” e “se hai un dolore lombare probabilmente è perché hai preso una distorsione alla caviglia” allora abbiamo un problema. Infatti, usare il solo collegamento anatomico di due strutture periferiche per motivare un disturbo rischia di essere fuorviante e talvolta pericoloso, perché rischia di dare un’idea sbagliata e dozzinale del funzionamento della complessità dell’organismo.
Oggi l’osteopatia in Italia è ampiamente diffusa e sta attraversando un processo che ne determinerà l’inserimento nel sistema sanitario in ambito di prevenzione, spianando la strada per una rivoluzione della professione tramite la regolamentazione. Ciò implica la responsabilità degli attuali professionisti presenti sul territorio (osteopati, osteopati che sono anche fisioterapisti, osteopati laureati in scienze motorie, ecc) a prepararsi a rendere conto della bontà e della sostenibilità dei trattamenti che somministrano, in modo da fornire un servizio adeguato e moderno per rispondere a interrogativi legittimamente diffusi e che si sentono costantemente come “l’osteopata cosa cura?”, “quello che fa l’osteopata funziona davvero?”.
Applicazioni dell’osteopatia: dalle articolazioni ai visceri
Quando si parla di “osteopatia cos’è”, uno degli errori più comuni è pensare che l’osteopata si occupi esclusivamente di ossa e articolazioni. In realtà, l’osteopatia ha un raggio d’azione molto più ampio e include, tra le sue possibilità di intervento, anche l’osteopatia viscerale. Questa branca si focalizza sul benessere degli organi interni, agendo sulle connessioni fasciali e migliorando la libertà di movimento dei visceri.
Quando si parla di applicazione dell’osteopatia, è molto comune associarla ad un trattamento esclusivamente rivolto all’apparato muscolo-scheletrico. In parte questo è vero, visto che la maggior parte dei risultati davvero tangibili nel trattamento manuale si riscontrano proprio lì. Ecco quindi di seguito un elenco commentato dei più diffusi campi di applicazione del trattamento osteopatico.
– Disturbi muscolo-scheletrici: i più comuni motivi di consulto da un osteopata sono sicuramente le cervicalgie e le lombalgie, seguiti a ruota da vari disturbi articolari tipo il dolore alla spalla e vari tensioni muscolari e articolari croniche.
– Disturbi viscerali: qui entriamo in un terreno davvero accidentato per tanti motivi. Il trattamento osteopatico a livello viscerale è probabilmente un aspetto che genera tantissimo scetticismo, per la scarsità di risultati davvero tangibili (se non in maniera aneddotica) e sulla difficoltà ad avere un campo di applicazione concreto. Purtroppo anche a causa dell’impatto di marketing dell’osteopatia, sembra che un osteopata possa guarire dai dolori mestruali o far passare il reflusso gastrico e l’ernia iatale con il solo trattamento manuale. Sappiamo bene però che questo è decisamente improbabile e che certi disturbi vanno approcciati sempre in maniera attenta, prudente e soprattutto multidisciplinare. È chiaro poi che la competenza dell’osteopata stia anche nel valutare i vari compensi a livello posturale di una persona che per esempio soffre di una dorsalgia che oltre alla componente muscolo-scheletrica porti con sé l’influenza di disturbi di torace e addome come per esempio il già citato reflusso gastro-esofageo.
– Cefalee e disturbi cranio-facciali: anche qui l’argomento non è semplice, ma ne ho parlato più approfonditamente negli articoli su cefalea e dolore mandibolare. Diciamo solo che la cefalea è un incrocio di fattori molto più complesso del semplice “hai mal di testa per colpa della cervicale” e che il ronzio alle orecchie (il famigerato e fastidiosissimo acufene) non è detto che si risolva magicamente trattando la mandibola, nonostante in molti spesso provino a farcelo credere.
– Prevenzione: qui entriamo in un’area molto ampia di discussione che non si può certo risolvere in due righe di articolo, però possiamo dire che la valutazione e il trattamento osteopatico possano davvero svolgere un ruolo chiave nell’aiutare le persone a prevenire alcuni disturbi di quelli sopra citati. È importante sottolineare che il ruolo dell’osteopata non è quello di tirare fuori problemi dove non ce ne sono, né tantomeno quello di instillare paure. L’obiettivo è sempre quello di creare una finestra di opportunità per aiutare la persona a muoversi, che nel medio-lungo termine rimane sempre il risultato più importante.
Opzioni di trattamento e razionale osteopatico: personalizzazione e collaborazione
La seduta osteopata inizia in genere con una fase anamnestica di raccolta dei dati. Si indagano la storia del paziente, i disturbi con tutto quello che vi si associa, lo stile di vita e le abitudini quotidiane. In seguito viene fatta la valutazione fisica in cui si individuano tutti quegli atteggiamenti disfunzionali che possono rappresentare un ostacolo al benessere. In base ai risultati di questi test, si procede, in accordo con il paziente, con il trattamento.
Esso avviene tramite una serie di tecniche manuali che, intervenendo nell’area disfunzionale hanno lo scopo di essere specifiche e adattate al contesto. Che si tratti di un lavoratore sedentario, di uno sportivo, di una persona con abitudini alimentari scorrette, o di soggetti sottoposti a forte stress, le modalità e l’approccio di trattamento cambiano.
Nonostante molti approcci si sovrappongono e sembra che possano avere tanti punti in comune è bene ricordare che difficilmente esiste una soluzione che va bene per tutti. Su questo, anche se a volte in maniera un po’ impropria e ridondante in termini di comunicazione e marketing, la comunità osteopatica è abbastanza allineata: il trattamento deve essere individuale. È inutile parlare di approccio alla persona se poi non si tiene conto delle necessità del singolo individuo in quel determinato contesto. Questo fa tutta la differenza e ovviamente richiede tanto lavoro.
Normalmente la maggior parte dei pazienti si chiede “quante sedute devo fare?”. E la risposta è… dipende! Il perché si lega al motivo del consulto. È ovvio che, per esempio, una persona che soffre di dolore lombare di lungo corso, che ha avuto qualche trauma, magari con uno stile di vita e un’occupazione sedentari, non possa trovare una risoluzione completa dopo una seduta. Può anche capitare, ma siamo sempre nel campo delle eccezioni e anche qui il ruolo dell’osteopata è quello di studiare i bisogni e capire insieme al paziente le aspettative e gli obiettivi. Il fondamento quindi sta nel creare una buona alleanza terapeutica che abbia sì come scopo la gestione e la risoluzione del dolore, ma anche uno sguardo lungimirante di prevenzione e miglioramento di tutti quei fattori che l’hanno causato.
Quindi che si tratti di dolori alla schiena, di frequenti mal di testa o problemi posturali, l’osteopatia si propone di offrire l’opportunità di riprendere a muoversi in libertà, migliorare la qualità della vita e ridurre il rischio di recidive. È essenziale quindi ricordare che il protagonista del trattamento è il paziente: solo con l’impegno attivo, gli esiti positivi potranno essere d’impatto nel lungo termine.

